imparare ad imparare con le mappe mentali

Imparare ad imparare: il nostro percorso con le mappe mentali

Impara ad imparare con le mappe mentali!

Imparare ad imparare:
il nostro percorso con le mappe mentali

Nelle ultime settimane abbiamo sviluppato uno strumento che sta diventando sempre più importante in Colours in Action con il Metodo Nicosia®: aiutare gli studenti a gestire in modo autonomo le proprie strategie di studio.

È un obiettivo che richiede gradualità, esempi concreti e strumenti semplici da usare in classe. Le mappe mentali si stanno rivelando un ottimo punto di partenza, in particolar modo per la lingua straniera, nel nostro ambito di ricerca specifico: l’inglese.

Perché stiamo lavorando con le mappe mentali

Le mappe mentali non sono una novità: molti libri le propongono come appendice, il Metodo mira ad utilizzarle in una diversa prospettiva.

Quando i ragazzi selezionano parole chiave, decidono cosa è essenziale, collegano concetti e organizzano le idee, stanno anche facendo un lavoro cognitivo che li aiuta a capire davvero ciò che stanno studiando. È un processo che richiede attenzione, scelta, sintesi, idea dell’obiettivo da raggiungere.

E tutto questo oggi è ancora più significativo.

Viviamo un momento in cui molti studenti cercano scorciatoie: riassunti generati dall’IA, testi già pronti, spiegazioni “preconfezionate”.

Strumenti utili, certo, ma che rischiano di sostituire il pensiero invece di sostenerlo, generando ciò che viene chiamato debito cognitivo che, se non corretto presto, diventa poi permanente nella vita adulta.

Le mappe mentali, invece, riportano l’attenzione sul processo del pensiero: costringono a leggere, selezionare, riformulare, collegare. Sono un modo semplice e concreto per rimettere al centro la capacità di pensare con la propria testa.

Come si inseriscono le mappe mentali in Colours in Action

Il punto centrale è questo: non stiamo introducendo le mappe mentali come argomento generico, ma perché si integrano perfettamente con la logica di Colours in Action.

Il metodo, infatti, non è solo grammatica, ma si distingue per alcune caratteristiche fondamentali.

La prima caratteristica è la centralità dello studente.

In Colours in Action, gli studenti diventano parte integrante del processo di apprendimento: non semplici destinatari, ma veri e propri protagonisti. Questo aspetto emerge già nella scuola primaria, quando i bambini “prestano il loro corpo” alle parole e ai contenuti semantici per costruire frasi fronte cattedra, utilizzando il codice visivo alla base del metodo.

Proseguendo nella scuola secondaria di primo grado, questa centralità si mantiene e si evolve attraverso attività più strutturate, che continuano a renderli co-creatori del proprio apprendimento.

La seconda caratteristica è il movimento circolare dell’apprendimento.

Il metodo si basa, infatti, su un processo continuo che parte dal listening, va allo speaking (produzione spontanea), passa attraverso la riflessione linguistica (scoperta della regola) e ritorna alla produzione autonoma in forma più consapevole.

È lo stesso principio che si utilizza fin dalla scuola dell’infanzia e nella primaria con le canzoncine: prima l’esperienza linguistica, poi l’applicazione, infine la riflessione.

È proprio questa struttura circolare che permette allo studente di essere protagonista. Lo studente non riceve la regola, ma la costruisce a partire da ciò che sperimenta o produce.

Come utilizziamo le mappe nell'insegnamento della lingua inglese

In questo senso, la mappa mentale non è un’aggiunta, ma una naturale estensione del metodo.

Le mappe mentali rappresentano un ponte visivo tra ciò che lo studente dice e ciò che può comprendere e riutilizzare. Esse, infatti, aiutano gli studenti a prepararsi allo speaking e al writing senza memorizzare frasi, in quanto le parole chiave diventano punti di riferimento e ogni volta che lo studente si esprime, egli costruisce frasi nuove, più naturali.

Ma come fare operativamente?

Qui di seguito mostriamo un esempio del percorso con una classe terza di scuola secondaria di primo grado.

1. Dallo speaking emergono parole chiave, idee, relazioni.

2. La mappa le organizza.

3. La grammatica diventa un elemento a supporto e sviluppo della produzione iniziale.

4. Lo speaking successivo diventa più ricco e più consapevole.

Abbiamo iniziato da temi semplici e vicini all’esperienza degli studenti ed al percorso linguistico affrontato nel corso dei 2/3 anni.

Ad esempio sono state create due mappe mentali sui seguenti argomenti:
  • My Identity Card
  • My Bedroom
Le mappe prodotte dagli studenti sono state chiare, ordinate e ricche di parole utili allo speaking.

Da qui, abbiamo fatto un passo avanti: in particolar modo nelle classi terze abbiamo proposto ai ragazzi la realizzazione di altre mappe su temi “più complessi” di interesse personale (storico, geografico, sportivo, etc): questo sia a vantaggio dell’attività di speaking che rientra nella routine delle lezioni settimanali che in vista della prova orale dell’esame di stato.

Questo ha permesso di coinvolgere anche gli studenti più curiosi o più veloci, dando spazio alla personalizzazione.

Una progressione che cresce con loro

Il percorso che stiamo costruendo segue una logica semplice, ma molto efficace.

All’inizio c’è la scoperta: gli studenti provano, sperimentano, si accorgono che una parola chiave può guidare un’intera frase. Poi arriva la fase in cui iniziano a prendere sicurezza: aggiungono dettagli, collegano idee, provano a parlare senza guardare la mappa parola per parola.

Infine c’è quel momento che ogni insegnante riconosce: lo studente che, quasi senza accorgersene, inizia a organizzare il proprio pensiero da solo.

È un passaggio sottile, ma si vede.

Si vede nella qualità delle frasi, nella sicurezza con cui parlano, nella capacità di riformulare. E per un insegnante è uno dei segnali più gratificanti: non si tratta di una mera trasmissione di “funzioni comunicative” o strutture grammaticali, ma di offrire agli studenti un’opportunità di crescita fornendo loro delle strategie di organizzazione del pensiero, recupero e rielaborazione autonoma del percorso di apprendimento.

In altre parole, l’acquisizione di una competenza trasversale spendibile anche nelle altre realtà di studio.

Questa progressione non si ferma qui. Le mappe mentali stanno diventando un tassello importante del percorso “Imparare ad imparare”, e ci stanno preparando al passo successivo: aiutare gli studenti a gestire in modo sempre più autonomo le informazioni, gli appunti, le idee e a valutare da soli il proprio processo di apprendimento.

Meta-apprendimento: imparare come si impara

Può capitare di osservare i ragazzi mentre affrontano un argomento complesso – il ciclo dell’acqua, la Rivoluzione Francese, i verbi irregolari – e notare che spesso faticano a cogliere i collegamenti tra le idee. Non è mancanza di impegno: è che molti studenti non hanno ancora sviluppato strategie per organizzare le informazioni in modo efficace.

Qui entra in gioco il meta-apprendimento, cioè la capacità di comprendere come si impara. Non è una nuova materia, ma un insieme di strumenti che aiutano gli studenti a orientarsi tra concetti, relazioni e processi.

Il passaggio dalla primaria alla secondaria porta con sé nuove richieste: testi più densi, concetti più astratti, verifiche che richiedono non solo memorizzazione ma anche spiegazione, collegamento, rielaborazione. Molti studenti arrivano in seconda o terza media con buone capacità mnemoniche, ma con meno esperienza nell’organizzare concetti complessi.

Le mappe mentali aiutano proprio in questo: rendono visibili le relazioni, permettono di costruire un quadro d’insieme e facilitano la comprensione profonda. Sono utili per tutti, e particolarmente efficaci per studenti con BES o DSA, che possono beneficiare di una rappresentazione visiva e non lineare delle informazioni.

La continuità con i flow chart

Nel precedente articolo abbiamo già introdotto i flow chart come strumento per rappresentare processi e sequenze. Sono perfetti per far ragionare gli studenti sul procedimento che sta alla base di una regola grammaticale e per sviluppare il pensiero algoritmico nell’insegnamento della grammatica di una lingua, la lingua inglese.

Le mappe mentali rappresentano il passo successivo: non mostrano “cosa fare“, ma “come le idee si collegano“.

In breve:

  • Flow chart → processi lineari;
  • Mappe mentali → relazioni logiche.

Questa continuità permette agli studenti di passare da una rappresentazione sequenziale a una più articolata, utile per materie come storia, scienze e inglese.

Cosa dice la ricerca scientifica

Le neuroscienze confermano che l’apprendimento migliora quando lo studente rielabora attivamente le informazioni. Studi recenti mostrano che la neuroplasticità – la capacità del cervello di rafforzare le connessioni – aumenta quando l’apprendimento richiede manipolazione e riorganizzazione dei contenuti, non semplice lettura.

Le mappe mentali favoriscono:

  • una visione d’insieme dell’argomento;
  • uno studio attivo, basato sulla rielaborazione;
  • una memoria più stabile, grazie alle connessioni semantiche
    la capacità di fare inferenze;
  • un approccio più inclusivo per studenti con BES/DSA.

Tra le ricerche più solide su questo tema troviamo:

  • Gkintoni et al., 2024, che evidenziano come la rielaborazione attiva favorisca la stabilizzazione delle informazioni nella memoria a lungo termine.
  • Friedman et al., 2025, che mostrano come la neuroplasticità sia più intensa quando lo studente ricostruisce concetti con parole proprie.
  • Elketani, 2024, che sottolinea il ruolo della riorganizzazione concettuale nell’apprendimento significativo.

Questi studi confermano ciò che vediamo in classe: la mappa funziona perché richiede di pensare, e l’atto pratico di costruire una mappa mentale aiuta a comprendere e ricordare meglio.

In conclusione

Le mappe mentali non aggiungono lavoro: aiutano a rendere più efficace quello che già facciamo.

Gli studenti imparano a organizzare le informazioni, a collegare concetti e a prepararsi allo speaking e al writing con maggiore sicurezza. È un percorso che cresce con loro e che può diventare una risorsa preziosa in tutte le materie.

Per approfondire, è disponibile la guida Impara ad Imparare! Guida completa alle mappe mentali e allo studio efficace.

Dove trovare la guida completa

La guida alle mappe mentali fa parte dei contenuti extra collegati al libro:

Colours in Action!
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  • la guida sui flow chart
  • la guida per le mappe mentali
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bambino che nasconde il viso col disegno di un robot - debito cognitivo a scuola e AI

Il flow chart: uno strumento logico da riscoprire nella didattica

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Il flow chart: uno strumento logico da riscoprire

Nel percorso scolastico, alcuni strumenti fondamentali rischiano di essere trascurati o affrontati troppo superficialmente. 

Uno di questi è il flow chart (diagramma di flusso): una rappresentazione grafica che permette di visualizzare sequenze logiche e processi decisionali. È previsto nei programmi di matematica della scuola primaria, ma alcuni studenti arrivano alla scuola secondaria senza averne una reale familiarità.

Questa mancanza non è una colpa né un limite, ma un’opportunità: il flow chart è uno strumento versatile che può essere introdotto o recuperato facilmente, offrendo vantaggi immediati e duraturi. Nel team del Metodo Nicosia, grazie al contributo decisivo del prof. Gianluigi Boccalon, docente di matematica, abbiamo sviluppato un approccio che integra i flow chart in modo semplice e intuitivo, rendendoli accessibili anche agli studenti che non li hanno mai incontrati prima.

Utilizzare i flow chart in classe significa offrire agli studenti:

  • una struttura logica chiara per affrontare regole grammaticali, problemi matematici, esperimenti scientifici;
  • un ponte verso il pensiero computazionale, utile per comprendere algoritmi, pseudocodice e linguaggi di programmazione;
  • un supporto visivo per lo studio autonomo, che prepara alla costruzione di mappe concettuali e schemi di sintesi;
  • uno strumento trasversale che favorisce il ragionamento sequenziale, la presa di decisioni e la comprensione dei processi.

Per i docenti, il flow chart può diventare un alleato didattico in molte discipline, soprattutto quando si lavora su strutture logiche tipo if–then–else, presenti in grammatica, matematica, scienze e tecnologia.

Cos’è un flow chart?

Un flow chart (diagramma di flusso) è una rappresentazione grafica di un processo logico. Usa forme geometriche (come rettangoli, rombi e frecce) per mostrare passaggi sequenziali e decisioni. È uno strumento semplice ma potente per visualizzare il ragionamento, soprattutto quando si devono seguire regole, scegliere tra alternative o descrivere un procedimento.

Esempio base: “Preparare una merenda”

Immaginiamo di voler spiegare a un bambino come prepararsi una merenda. Il flow chart potrebbe iniziare con:

Inizio

  • “Hai fame?” → (rombo: decisione)
  • Se sì → “Apri il frigo”
    Se no → “Fine
  • “C’è qualcosa che ti piace?” → (rombo)
  • Se sì → “Prendi il cibo”
  • Se no → “Chiedi a un adulto”
  • “Mangia”

Fine

scegliere-la-merenda

Questo tipo di schema aiuta a visualizzare le scelte, a capire che ogni decisione porta a un’azione diversa, e che il processo ha un inizio e una fine.

Strutture logiche: if–then–else

I flow chart si basano su strutture logiche molto comuni:

  • If (se succede qualcosa)
  • Then (allora fai questo)
  • Else (altrimenti fai quest’altro)

Queste strutture sono presenti in:

  • regole grammaticali (“Se il soggetto è he/she/it, allora aggiungi -s / -es / -ies al verbo”)
  • problemi matematici (“Se il numero è pari, allora dividi per 2”)
  • esperimenti scientifici (“Se la temperatura aumenta, allora osserva il cambiamento”)

Le forme del flow chart e il loro significato

Un flow chart è composto da forme geometriche, ognuna con un significato preciso. Queste forme sono collegate da frecce, che indicano il flusso del ragionamento o dell’azione. Vediamole una per una:

1. Ovale – Inizio / Fine

  • Serve ad indicare il punto di partenza o di arrivo del processo.
  • All’interno si scrive “Inizio” o “Fine”.
elementi flow chart: inizio e fine

2. Rettangolo – Azione / Operazione

  • Rappresenta un’azione da compiere, come “Apri il libro” o “Scrivi la risposta”.
  • È il blocco più comune: ogni passaggio operativo va in un rettangolo.
elementi flow chart: azione

3. Rombo – Decisione

  • Indica un punto in cui bisogna fare una scelta.
  • Contiene una domanda, come “Il numero è pari?”

    o “Hai fame?”
  • Ha una freccia in entrata e due in uscita, che portano a percorsi diversi (es. “Sì” e “No”).
elementi flow chart: decisione

4. Parallelogramma – Input / Output

  • Usato per rappresentare un’informazione che entra o esce dal sistema.
  • Esempi: “Inserisci il numero”, “Mostra il risultato”.
elementi flow chart: input e output

➡️ Le frecce

  • Le frecce collegano le forme e indicano la direzione del flusso logico.
  • Si leggono dall’alto verso il basso o da sinistra a destra.
  • Dopo una decisione (rombo), ogni freccia deve essere etichettata (es. “Sì” / “No”) per chiarire il percorso.
elementi flow chart: direzione, le frecce

Flow chart in azione: il numero è pari o dispari?

Questa attività può essere proposta già dalla scuola primaria, per aiutare gli studenti a visualizzare una regola matematica semplice attraverso un processo logico.

Obiettivo

Guidare lo studente nel riconoscere se un numero è pari o dispari, seguendo una sequenza logica chiara.

Passaggi del flow chart

esempio in flow chart del ragionamento per ricavare se un numero è pari o dispari.

Struttura logica

Questa sequenza si basa su una struttura if–then–else:

  • If il numero ha resto zero → Then è pari
  • Else → è dispari.

L’esempio del numero pari o dispari è semplice, ma racchiude qualcosa di molto potente: mostra come un flow chart possa rendere visibile il ragionamento.

Invece di chiedere agli studenti di ricordare una regola, li invitiamo a seguirla passo dopo passo, a capirla davvero.
E questo è il punto: usare i diagrammi di flusso non è solo una tecnica, è un modo per insegnare a pensare.
Se introdotti con continuità fin dalla primaria, questi strumenti aiutano i ragazzi a sviluppare logica, autonomia e capacità di scelta — competenze che servono in tutte le materie, e nella vita.

Una carenza che si trasforma in lacuna: perché servono più strumenti logici

Sebbene strumenti come i flow chart siano previsti nei programmi della scuola primaria, nella pratica didattica italiana il loro utilizzo è spesso sporadico. Secondo l’OCSE, l’Italia presenta una debole integrazione delle competenze digitali e logico-computazionali nella scuola dell’obbligo, con un ritardo rispetto alla media europea nell’adozione di metodologie didattiche innovative.

Anche l’INDIRE sottolinea che il pensiero computazionale è un ambito in cui la scuola italiana ha bisogno di maggiore supporto, sia in termini di formazione dei docenti che di continuità didattica. Il progetto nazionale sul pensiero computazionale, promosso con fondi europei, evidenzia che l’introduzione di strumenti come il coding e i diagrammi di flusso è ancora in fase sperimentale e non strutturata.

Il Piano Nazionale Scuola Digitale, attraverso l’Azione #17, ha coinvolto oltre 300.000 studenti nella scuola primaria per introdurre il pensiero computazionale, ma i dati mostrano che l’adozione sistematica di questi strumenti è ancora lontana dall’essere raggiunta.

Le conseguenze a lungo termine

Questa carenza si traduce in:

  • difficoltà nel problem solving in matematica e scienze;
  • confusione nell’applicazione di regole grammaticali, che spesso seguono logiche condizionali;
  • scarsa autonomia nello studio, per mancanza di strumenti visivi e decisionali;
  • ritardi nell’apprendimento del coding, che si basa su strutture logiche come if–then–else.

Il potenziale interdisciplinare del flow chart

Il flow chart è uno strumento trasversale, utile in molte discipline:
  • in matematica, per rappresentare algoritmi e strategie risolutive;
  • in scienze, per descrivere processi e fasi sperimentali;
  • in grammatica, per visualizzare regole e strutture linguistiche;
  • in tecnologia, per introdurre il pensiero computazionale;
  • nello studio autonomo, come ponte verso mappe concettuali e schemi logici.

Introdurre questi strumenti fin dalla primaria significa educare al ragionamento, non solo alla memorizzazione. Significa dare agli studenti strumenti per pensare, non solo per ricordare.

Insegnare a pensare, non solo a ricordare

I flow chart non sono solo schemi: sono strumenti per ragionare, per imparare a scomporre, decidere, visualizzare. Introdurli fin dalla scuola primaria significa dare agli studenti una marcia in più, aiutandoli a costruire una mente logica e autonoma.
In un sistema scolastico che spesso privilegia la memorizzazione, insegnare a pensare è un atto rivoluzionario.

Molti ragazzi arrivano alla scuola secondaria senza aver mai potuto sfruttare al meglio un diagramma di flusso. Ma non è mai troppo tardi per cominciare — e non è mai troppo presto per farlo bene.

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Per aiutarti a colmare questa lacuna prima che diventi un ostacolo, abbiamo preparato una guida pratica per studenti: semplice, visiva, pronta da stampare o usare in classe.

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    Un piccolo strumento, un grande passo verso una didattica più consapevole.

    Embodied Cognition: come il corpo partecipa all'apprendimento. Intervista con il professor Filippo Gomez Paloma.

    Embodied Cognition: come il corpo partecipa all’apprendimento

    Embodied Cognition

    Come il corpo partecipa all'apprendimento

    In questa intervista gentilmente offerta dal Professor Filippo Gomez Paloma, Ordinario di Didattica e Pedagogia Speciale presso il Dipartimento di Scienze Umane, Sociali e della Salute nell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, nonchè autore di libri ed esperto di Embodied Cognition e didattica, vi invitiamo a riflettere sull’importanza cruciale della dinamica tra corporeità ed ambiente nei processi di apprendimento.

    Tiziana Ravazzolo: Professore, ci può spiegare che cosa si intende con il termine Embodied Cognition? 

    Filippo Gomez Paloma: Quando parliamo di Embodied Cognition, letteralmente “cognizione incarnata”, ci riferiamo ad un paradigma scientifico che accoglie studi, ricerche e prospettive derivate da differenti ambiti di indagine.

    Ci riferiamo, in particolare, alle Neuroscienze, alla Pedagogia, alla Didattica, alla Psicologia, alla Sociologia e all’Antropologia. Ciò che unisce questi ambiti disciplinari è una nuova concezione della mente: già Antonio Damasio, neurologo e neuroscienziato, nel suo libro “L’errore di Cartesio”, affermava che non è possibile ridurre in termini deterministici il fenomeno della mente (res cogitans) relegando ai margini il ruolo del corpo (che Cartesio definiva “res extensa”), nei suoi complessi meccanismi.

    Numerosi studi e ricerche hanno dimostrato, nel tempo, come corpo, cervello e ambiente interagiscano continuamente nella costruzione del fenomeno mentale e come tali relazioni continue siano determinanti nell’apprendimento.

    Ripensando alle ricerche di Clark e Chalmers, possiamo dire che la mente si estende nella relazione con l’altro e con l’ambiente (Extended Mind) e che il nostro corpo e l’ambiente in cui esso esprime la sua presenza sono elementi determinanti nella costruzione dell’intrasoggettività, intersoggettività e, in definitiva, del Sé Sinaptico (un concetto sostenuto da LeDoux, luminare delle Neuroscienze statunitensi), ovvero della configurazione neurofisiologica che contraddistingue in maniera unica e irripetibile ognuno di noi.

    Siamo esseri unici e le nostre menti sono lo specchio del nostro modo unico di vivere l’esperienza umana.

    Considerando ciò, quanto è importante allora integrare il colore, il movimento, le emozioni, magari attraverso attività di storytelling, nella didattica in generale e nello specifico in quella delle lingue straniere? 

    Rispetto a quanto ho detto sinora, le implicazioni dei costrutti alla base delle Embodied Cognitive Science nella didattica e nella pedagogia sono enormi.
    In primo luogo, restituisce centralità all’aspetto relazionale dell’apprendimento: docente e discente sono immersi in un ambiente, fenomenico, fisico e relazionale ad un tempo, che crea possibilità potenzialmente infinite di apprendere.

    Potenzialità che possono ridursi o spegnersi drasticamente nel momento in cui pensiamo che l’apprendimento sia un semplice scambio di informazioni tra un soggetto A trasmittente e un soggetto B ricevente.

    Durante le mie lezioni mi riferisco a questa dinamica utilizzando scherzosamente il termine “bonifico di conoscenza”. Ecco, possiamo dire che non è possibile inviare la conoscenza ad un’altra persona come se facessimo un bonifico in banca.
    Possiamo veicolare all’altro la conoscenza se questa è filtrata dalla nostra umanità, dal nostro amore per essa, dal nostro modo unico di viverla… E non solo.
    Dovremo poi filtrarla attraverso un uso consapevole della relazione e della cura, attraverso un’attenta predisposizione dell’ambiente di apprendimento, attraverso una costante problematizzazione che possa permettere la costruzione di un percorso condiviso di ricerca, mirando a costruire delle buone domande, piuttosto che ad accontentarsi di comode risposte.

    Tutto il complesso meccanismo che ho appena cercato di sintetizzare passa, ovviamente, attraverso la parola, la narrazione, la costruzione di significanti e di significati.
    Volendo utilizzare un’iperbole, potremmo dire che noi non ricordiamo gli avvenimenti per come avvengono, ma li ricordiamo per come ci raccontiamo il loro accadere.

    C’è una sostanziale differenza.
    Ecco perché è molto importante permettere alle persone coinvolte in un processo di apprendimento l’elaborazione del proprio filo narrativo, in maniera attiva e mediata dal Sé, per radicare, incorporare e riflettere sulla conoscenza di sé e del mondo.
    Per quanto riguarda le lingue straniere è acclarato che una precoce esposizione alla seconda lingua favorisce in maniera determinante lo sviluppo di abilità e competenze non solo prettamente linguistiche della persona.
    Ricordiamoci, infatti, che lingua e linguaggio sono due cose molto differenti; non voglio tirare nella discussione Ferdinand de Saussure o Jaques Lacan o Roland Barthes ma possiamo dire, semplificando estremamente, che il linguaggio rappresenta la lingua in vita, la possibilità di costruire relazioni semantiche complesse attraverso una modalità comunicativa di cui si sussumono gli elementi relazionali prima ancora degli elementi grammaticali, morfologici, sintattici e così via.
    Per la questione rilevante dei colori, stiamo parlando di un ulteriore linguaggio, definito analogico, che proprio perché non risulta digitale e codificato, scatena nelle persone forti emozioni e ampio spazio di libera decodifica, indispensabile a rendere emotivamente coinvolgente il processo di apprendimento in uno stato di benessere psicofisico.
    Vi invito ad una snella ed avvincente lettura di Michel Pastoureau e Dominique Simonnet, “Il piccolo libro dei colori”, potrebbe essere interessante per chi si vuole avvicinarsi a questo mondo per meglio conoscerlo e valorizzarlo.
    Concludendo, ci terrei però a sottolineare l’importanza estrema della dinamica nei processi di apprendimento: tutto è movimento!
    Non è possibile nemmeno pensare di poter apprendere qualcosa stando immobili. L’importanza del corpo è determinante.

    Per esempio, noi italiani: quanto ci muoviamo, quanto usiamo il corpo per sottolineare un concetto, una sfumatura, quando parliamo? E quanti significati corrono e vengono emanati attraverso il nostro corpo, senza che ci sia una piena consapevolezza di veicolarli?

    Mi piace pensare che il miglior outfit in assoluto per noi educatori sia il sorriso. A proposito di Embodied Cognition, finora ne abbiamo parlato a proposito degli apprendenti, ma quanto è importante anche il ruolo della corporeità del docente nell’insegnamento?

    Su questo aspetto specifico del corpo dell’insegnante, mi preme sottolineare che in generale il corpo nella didattica, a prescindere dalla funzione che ci vede impegnati, è fondamentale.
    Non può esserci alcuna forma di pensiero, di apprendimento, di cognizione senza passare per la corporeità. Il valore del corpo come mediatore didattico è un fattore incontrovertibile per poter generare possibilità di apprendimento che possano dirsi situate e significative.
    Possiamo pensare, ad esempio, ad una delle forme più semplici di apprendimento, quello per imitazione. Ecco, nel momento in cui io mi accingo a compiere un’azione (immaginiamo che io stia per addentare una succulenta mela…) immediatamente nel cervello di colui che assiste a tale azione si attivano alcuni neuroni che permettono di iniziare un processo di simulazione della mia stessa azione.
    Stiamo parlando dei famosi neuroni specchio. Ovviamente la mela la addenterò soltanto io, ma in chi ha assistito alla scena il cervello ha già predisposto i suoi sentieri, i suoi pattern, per mettere in condizione di poter replicare l’azione.
    Prima abbiamo citato Damasio. Ecco, lo stesso autore ritiene, con pieno fondamento, che il nostro corpo, o meglio la nostra corporeità, abbia una sua propria saggezza derivata dall’esperienza che influisce e determina, talvolta in maniera completamente inconsapevole, le nostre scelte.
    Ci riferiamo, in questo caso, alla teoria del Marcatore Somatico. In sintesi, tutto ciò che esperiamo influisce sostanzialmente nello psicosoma, in forma unitaria e non frazionata o frammentata.
    Un buon insegnante non soltanto conosce i contenuti, ma conosce sé stesso, i suoi limiti, le sue potenzialità, corre rischi e si mette in gioco… Un buon insegnante oltre a sapere, deve saper essere.
    Pensate ad un vostro docente di quando andavate a scuola… Lo avete fatto? Bene… Di solito ci ricordiamo di chi ha lasciato una traccia significativa non tanto a livello di contenuti trasmessi, ma piuttosto rispetto alle emozioni che ricolleghiamo alla sua figura, siano esse positive o negative… L’emozione vissuta è un aspetto determinante per l’apprendimento.

    Un insegnante innamorato della conoscenza permetterà agli studenti di venire a contatto prima di tutto con il suo amore e la sua passione. È l’amore per ciò che si fa a determinare la differenza. I contenuti sono importanti, ma rischiano di rimanere sterili concetti senza corpo, se non riusciamo a legarli ad impulsi caldi come le emozioni.

    Potremmo parlare per ore, poi, della capacità comunicativa verbale e paraverbale di un docente, della capacità di generare curiosità, passione, di generare dissonanze cognitive, dell’importanza della prossemica, della gestualità, del corpo che agisce sé stesso e diventa promotore di significato, ma si rischia di perdersi nei meandri dell’infinito, dove tutto passa attraverso il corpo.

    Quali sono, secondo Lei, gli aspetti da migliorare nell’insegnamento della lingua straniera?

    In generale, possiamo dire che la pedagogia e la didattica sono scienze in continua evoluzione ed ogni giorno ci offrono strumenti nuovi e diversi per poter agire e per poter progettare possibilità di apprendimento.
    Ciò che può aiutare i docenti nella pratica della loro complessa e meravigliosa professione è lo studio, la riflessione critica, la problematizzazione continua…
    La vita di oggi, ad esempio, non si svolge solo online ed offline… Oggi, direbbe Luciano Floridi, viviamo nell’era dell’onlife. Realtà digitale e realtà virtuale convivono. La scuola non è più depositaria della conoscenza e dell’informazione, oramai diffusa capillarmente grazie ad Internet.

    Un primo passo sarebbe cogliere questa consapevolezza e, di conseguenza,
    procedere verso un’idea di insegnamento più aderente alla complessità, come direbbe Morin, della realtà contestuale. Obiettivo della scuola dovrebbe essere sempre di più la persona e le risorse che la stessa ha a disposizione per gestire la complessità.

    Volendo essere ancora più chiari: non possiamo pretendere che la didattica sia un mero trasferimento di conoscenze, che l’apprendimento sia standardizzabile e che la realtà sia scindibile in tante discipline che non comunicano tra di loro.

    Utilizzo spesso, come esempio, i miei occhiali: se pensiamo agli occhiali, quante discipline sono impegnate per rappresentarli? Chimica, Biologia, Scienze, Fisica, Geometria, Moda, Design, Tecnologia, ecc. ed ancora, quante competenze sono necessarie per produrlo? Ingegneria dei materiali, ottica, ergonomia, tecniche complesse che dialogano per produrre un oggetto così comune.
    Ecco, a mio avviso, la scuola dovrebbe unire i saperi e non dividerli! Per quanto concerne l’apprendimento delle lingue, come detto in precedenza, si può pensare ad una rapida esposizione al linguaggio sin dalla prima infanzia, per poi procedere in maniera più processuale ed analitica nello studio delle componenti morfosintattiche e grammaticali.
    Altrimenti si corre il rischio di conoscere a menadito le principali regole della lingua senza avere poi gli strumenti per attuarle e porle in vita nel linguaggio.
    D’altronde proprio le ricerche neuroscientifiche attestano che la lingua, nella sua complessa moltitudine di combinazioni fonemiche e morfosintattiche, non può essere imparata astrattamente, in modo sequenziale ed ascendente in base alle difficoltà; così facendo avremo mille informazioni registrate in modo compartimentale, senza che la nostra persona (non solo la mente) abbia avuto modo di esperirla per giustificarne la significatività e la funzionalità del suo utilizzo.

    Ecco perché, in tal senso, penso che sia fondamentale permettere agli studenti di fare esperienza del linguaggio attraverso il proprio corpo ed il corpo dell’altro, commettendo errori, dimenticanze, imprecisioni.

    È proprio questo “caos” che offre alla persona l’opportunità di costruire un ordine che assuma senso, così da avere una gestione consapevole dell’errore e del successo.
    È così che nascono le migliori opportunità di apprendimento funzionale alla vita.

    Le Sue risposte, Professor Gomez Paloma, rappresentano a mio avviso un vero e proprio cambio di paradigma nella didattica.
    Lei ci ha mostrato come l’Embodied Cognition possa rappresentare un approccio innovativo per trasformare il modo in cui insegniamo ed apprendiamo.

    La ringraziamo per la generosità e la profondità delle Sue risposte, che ci hanno aiutato a comprendere meglio questo nuovo orizzonte.
    Auguriamo a Lei e al Suo team di continuare a diffondere con successo questa prospettiva, affinché possa contribuire a migliorare la pratica didattica di un numero sempre più ampio di educatori.
    Colours in Action con il metodo Nicosia® sarà al Vostro fianco!